Piacere, Cloud

Cover Web 3.0Cloud, la Nuvola. Ma anche la robotica e le nanotecnologie, il Big Data e la vociante “piazza” dei social network, il Mobile Internet e quella sorta di nuovo mondo impressionante chiamato Internet delle Cose, la futura colossale interconnessione in cui tutti gli oggetti, e le stesse città, le Smart City, potrebbero riuscire a dialogare tra di loro e con i nostri dispositivi mobili, non solo servendoci ma anche pianificando le nostre vite.
Tutto questo si trova in “Rischi e opportunità del Web 3.0” di Rudy Bandiera (Dario Flaccovio Editore, www.darioflaccovio.it), un libro sul futuro del web (un futuro stupefacente e che, a tratti, inquieta), ma un libro anche sul passato e sul presente della rete (e in questo libro si spiega anche la differenza che passa tra Internet, web e rete).
Non ci sono solo le tecnologie, ci sono anche le aziende e gli uomini, come i giganti dell’informatica, dalla Apple di Steve Jobs (che soffre della scomparsa del genio) alla Microsoft di Bill Gates (non molto amata dagli “smanettatori”), passando per il signor Tim Berners-Lee, l’uomo che – in Europa, non nella Silicon Valley – coniò l’espressione “www”: World Wide Web.
L’autore, Rudy Bandiera, ferrarese, è un professionista dell’era digitale, e si guadagna da vivere come esperto e docente di “online marketing” (ha fondato la società NetPropaganda). E’ un libro, il suo, che consigliamo. E’ una miniera di nozioni, informazioni e scenari, che permette di capire (con un linguaggio diretto e chiaro) in quale “mare magnum” comunicativo ci troviamo immersi e verso quali sponde stiamo navigando. All’autore diamo solo un modesto suggerimento: non è vero che “una intelligenza collettiva e ben calibrata” sia meglio di “un collegio di menti che vanno tutte in direzioni opposte”. Questo precetto può valere per un team o per una mission aziendale, non è certo auspicabile per l’umanità, tantomeno per le società democratiche “interconnesse”, le quali mai potrebbero rinunciare a coloro che, quando serve, prendono “direzioni opposte” (e siamo sicuri che Rudy Bandiera è d’accordo con noi).
Da “Rischi e opportunità del Web 3.0” pubblichiamo il brano dedicato al Cloud.

di Rudy Bandiera

Rudy BandieraCredo e temo che Cloud sia la parola più utilizzata e in qualche maniera inflazionata in ambito informatico, e temo sia una questione di moda: è una bella parola, con un cadenza semplice, è breve, non difficile da pronunciare, ha una rappresentazione grafica spesso ariosa e pulita, ci ricorda il cielo, rappresenta e significa “nuvola”. Come non usarla sempre?
In realtà purtroppo, come spesso accade, il Cloud o più precisamente Cloud Computing non indica esattamente qualcosa di arioso, spaziale e poetico, ma un insieme di tecnologie, fredde, freddissime tecnologie che hanno come propellente la Banda (non quella di Belushi ma quella larga di Internet), i server e il software, che in un modo o nell’altro dobbiamo etichettare con un nome.

Che cos’è il Cloud?

La Nuvola, per dirla all’italiana, è l’insieme di tecnologie che permettono di elaborare dati, oppure archiviarli su computer remoti che possono essere dall’altra parte del pianeta: si tratta in pratica di prendere i tuoi dati e salvarli su un computer che non è il tuo.
Ovviamente le caratteristiche del servizio o dei servizi garantiscono una sicurezza straordinaria ai tuoi dati, nel senso che se andasse a fuoco il tuo ufficio avresti perso tutto quello che hai sugli hard disk, mentre è difficile che vada a fuoco l’intera California con tutti i tuoi dati.

Quali sono gli usi del Cloud?

Gli aspetti più interessanti per quello che riguarda il Cloud Computing sono certamente due: l’archiviazione di file e il loro trattamento. Sono due cose molto differenti tecnicamente e un file, un dato, deve avere anche una predisposizione verso una soluzione piuttosto che l’altra, ovvero se io apro un file di testo in Cloud su un computer e lo stesso file di testo viene aperto da un’altra persona dall’altra parte del mondo, il suddetto file di testo non può essere editato e salvato da entrambe le persone, perché quel file non è appunto predisposto per essere trattato da più fonti.
Quindi andiamo per ordine.

Archiviazione

I software di archiviazione in Cloud sono generalmente i più noti e anche quelli che sono nati prima, perché rispondono ad una necessità vecchia quanto l’uomo, la necessità di mettere al sicuro le proprie cose senza paura di perderle.
Se usiamo un computer e questo computer si rompe, tutto quello che abbiamo nell’hard disk potrebbe essere irrimediabilmente perso, con ingenti danni sia in termini economici, sia di lavoro, sia di tempo, sia di cuore e valvole mitraliche, ed è per questo che il Cloud ci offre un approdo sicuro, una spiaggia sulla quale sentirci protetti mentre lavoriamo.
Software come Dropbox (che sta eseguendo il backup in automatico mentre scrivo questo pezzo su dei server non so ben posizionati dove) ci danno la possibilità di lavorare su uno o più file che sappiamo, con certezza, che vengono costantemente aggiornati e salvati su più server remoti.
Non posso perdere nulla. Nemmeno se voglio.
Inutile dire quanto sia comodo, oltre che sicuro, un servizio del genere: da qualsiasi macchina io acceda, da qualunque device, come telefono, PC, o tablet, il mio file sarà sempre disponibile, editabile e di nuovo salvabile, esattamente come se avessi un hard disk in tasca e usassi sempre quello.

Elaborazione

L’altra possibilità che il Cloud ci offre, nella sua immensa grandezza, è quella che diverse persone possono editare o elaborare un file (se correttamente predisposto), un numero di utenti virtualmente infinito. Se la comodità dell’archiviazione nella Nuvola è certamente magnifica, così come la sicurezza intrinseca che implica, l’editing di un file, oltre al suo salvataggio, è certamente un valore aggiunto: se oltre a salvare un file lo posso anche modificare e se oltre a me lo può fare anche il mio collega dall’altra parte del mondo, il quid diventa smisurato.
Evitiamo invii di mail, messaggi, telefonate: lavoriamo tutti, in due o in team, sullo stesso file scrivendo a 2 o a 4 o a 20 mani.
Esistono strumenti come Google Drive, gratuiti e “leganti”, che forniscono la possibilità di aprire documenti condivisi simili in tutto e per tutto ai formati esistenti in Office di Microsoft, ad esempio, e di salvarli nei formati più consoni ai reader che si trovano in commercio, così da poter creare dei file di testo come se li avessimo editati in Word, oppure in Excel o via dicendo.

Elaborazione remota

Oltre a queste due funzionalità stupefacenti, abbiamo anche la possibilità di utilizzare i calcolatori remoti per elaborare quello che altrimenti dovrebbe elaborare il nostro computer.
Se per esempio vogliamo giocare a Quake 3 Arena abbiamo due possibilità che sono o comprarlo, installarlo, configuralo e infine giocarci utilizzando le risorse del nostro hardware, oppure andare online e giocare con quello disponibile in Rete, semplicemente accedendo a un portale che si occupa di fare muovere il nostro giocatore al posto del nostro computer.
Per noi ovviamente l’effetto è lo stesso, ma il nostro computer sarà sollevato dal dover far girare un programma e sarà “libero” di fare altro oppure, addirittura, sarà inutile, rendendo la gara alle performance di velocità delle CPU oltre modo superata.
Ma adesso viene una domanda spontanea: se i calcoli non li fa il mio PC, a cosa mi serve un PC potente?

Nella quantità di banda sta l’unico limite

La risposta alla domanda, guardando a domani, potrebbe essere: a nulla. Non voglio parlare di Second Life adesso, ma è ovvio che se sono macchine remote a farmi muovere in un mondo virtuale, a salvare i miei file o farmeli editare, è anche chiaro che la qualità e le possibilità del servizio stanno nella quantità e velocità della banda a disposizione. Ovvio che per accedere ai servizi il mio device debba essere abbastanza potente e parlare la stessa lingua dei servizi stessi, ma la chiave delle performance non è nell’individualità del nostro smartphone o PC.
Se da un lato la gara alla banda larga così come alla fibra ottica potrebbe sembrarti stupida come la corsa al 4G, basti pensare all’incredibile uso del Cloud che facciamo per capire che non vi è nulla di più sensato. Pensa ad esempio ad ogni volta che scatti una foto con il tuo telefono, la quale viene uploadata in modo automatico su servizi di backup come Google Backup Automatico o SkyDrive di Microsoft o iCloud di Apple e pensa a quante persone, contemporaneamente, stanno uploadando i loro gattini in remoto.

La morte del concetto di possesso

Grazie all’utilizzo del Cloud e allo sfruttamento di reti remote sempre più veloci e potenti, sarà davvero possibile avere tutto sempre con noi, così come sarà possibile non “possedere” di fatto più nulla. La nostra musica, le nostre foto, la nostra vita intera saranno nella Nuvola, rendendo obsoleto il concetto stesso di possesso, visto che non si tratterà più di avere qualcosa per poterla usare, ma si tratterà di usarla senza necessariamente doverla avere.